Moltissime persone sul pianeta stravedono per i propri animali domestici: ben due terzi degli americani vivono con uno di essi e secondo sondaggio il 90% dei proprietari di quattro zampe li considera parte della famiglia.

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Queste relazioni hanno certamente dei benefici per gli essere umani: ad esempio, un sondaggio condotto dalla American Animal Hospital Association ha messo in evidenza che il 40 percento delle donne sposate che possiedono un cane ha ricevuto più sostegno emotivo da parte dell’animale piuttosto che dal marito o dai figli.

Molti direttori di giornali hanno testimoniato come le storie che parlano di maltrattamento di animali spesso sono in grado di generare più interazione da parte dei lettori e di indignarli in misura maggiore rispetto ai casi di violenza nei confronti di esseri umani. Davvero, quindi, le persone si preoccupano più per i loro animali domestici che per i propri simili?

Due sociologi della Northeastern University hanno cercato di testare la veridicità di questa affermazione. Arnold Arluke, un’autorità in fatto di relazioni uomo-animale, grazie all’aiuto dell’esperto di serial killer e omicidi di massa Jack Levin, ha sottoposto a un campione di studenti universitari alcune notizie false riguardanti un’ondata di criminalità a Boston: quattro erano le versioni degli articoli di giornale in cui erano presenti delle vittime differenti (un cucciolo, un cane adulto, un neonato umano o un umano adulto).

Dopo aver letto una delle quattro notizie, ogni soggetto ha dovuto completare una scala che misurasse il proprio stato di empatia e stress emotivo nei confronti della vittima del pestaggio.

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Arluke e Levin hanno riportato i risultati del loro studio al meeting della American Sociological Association nel 2013: la storia in cui la vittima era rappresentata da umano adulto ha suscitato, di gran lunga, i più bassi livelli di stress emotivo nei lettori. Il “vincitore”in quanto a empatia è stato il neonato, seguito a ruota dal cucciolo di animale. La specie è importante quando si tratta di generare simpatia per gli oppressi.

In un altro esperimento gli psicologi della Georgia Regents University hanno anche testato le circostanze in cui le persone ritengono una vita animale più importante di quella umana. Nello studio è stato chiesto a 573 individui chi avrebbero voluto salvare, in una serie di scenari ipotetici, tra un cane e una persona che si trovavano sulla traiettoria di un bus fuori controllo.

I ricercatori hanno scoperto che la decisione presa è stata influenzata da tre fattori:

  • L’individuo coinvolto: molti hanno preferito salvare il cane rispetto a un turista straniero; diversa reazione nel caso si trattasse di una persona cara.
  • Il cane coinvolto: il 40% dei partecipanti avrebbe salvato il proprio animale domestico a scapito di un turista straniero, ma solo il 14% avrebbe salvato un “cane qualunque”.
  • Il genere sessuale di chi ha effettuato la scelta: il doppio dei soggetti femminili rispetto a quelli maschili partecipanti allo studio ha reputato meglio salvare un cane rispetto a una persona, questo perché le donne sono molto più legate agli animali domestici, come altre ricerche hanno già dimostrato.

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Dunque davvero le persone si preoccupano più dei propri animali domestici che degli altri esseri umani? Forse no, ma il confine è molto labile!